Minerali dei conflitti, tra sfruttamento delle popolazioni e traffici illegali dei minerali

Focsiv, Cidse, EurAc e Justice et Paix  sono impegnate nella Campagna Europea sui Minerali dei Conflitti.  Nell’ambito della Campagna, il 9 marzo scorso è stata lanciata da una petizione europea. Vediamo di cosa si tratta

Quando utilizziamo il nostro smartphone di ultima generazione o il nostro computer, non ci fermiamo mai a pensare da dove arrivano tutte le parti che lo compongono.
Per il buon funzionamento dei nostri smartphone, ad esempio, sono necessari dai 20 a 30 tra metalli e minerali differenti tra cui rame, oro, argento e coltan. Ma da dove provengono questi minerali? Purtroppo in molti casi è difficile saperlo perché pochi fabbricanti rivelano la loro provenienza. Questo è dovuto al fatto che molti di questi minerali arrivano da aree di conflitto come la Birmania, la Colombia e il Congo.

Nei paesi in via si sviluppo, infatti, si assiste ancora oggi a conflitti per ottenere il controllo delle risorse naturali come la terra o l’acqua. Non solo: in molti paesi eserciti, bande armate, organizzazioni criminali schiavizzano uomini, donne e bambini nel lavoro delle miniere, per poi vendere questi minerali alle imprese che producono smartphone, computer, elettrodomestici, nei mercati ricchi. Un business, quello del traffico illegale dei minerali, che fa gola a molti e che decima intere popolazioni. Si tratta del fenomeno chiamato “minerali dei conflitti”. Le zone maggiormente colpite sono quelle dell’Africa centrale, in particolare la Repubblica democratica del Congo, lo Zimbabwe, la Repubblica Centrafricana, ma anche l’ Asia e l’America Latina (Colombia, Venezuela, Perù).

Di fronte a questo avvenimento, e per cercare di arrestarlo, il primo passo da fare è informarsi. Ed è proprio dalla richiesta dei cittadini che la Commissione Europea ha suggerito una proposta di legge che mira ad assicurare un acquisto responsabile dei minerali da parte delle imprese quando questi sono estratti da zone in conflitto. Il documento, però, da più parti è considerato insufficiente. Il testo, infatti, come si legge sul sito di Justice et Paix, non impone alle imprese di far luce sulle loro catene di acquisto, ma si accontenta di "incoraggiarle" su base volontaria. Inoltre, la Commissione Europea si limita a quattro minerali (oro, stagno, tantalio e tungsteno), dimenticando che esistono numerose altre risorse minerarie nel mondo che contribuiscono alla violazione di diritti umani, come per esempio il rame, la giada e i rubini in Birmania, ma anche il carbone in Colombia o ancora i diamanti in Zimbabwe e nella Repubblica Centrafricana.

Con l’obiettivo, allora, di arrestare lo sfruttamento di queste popolazioni e il traffico illegale di minerali Focsiv, Cidse, EurAc e Justice et Paix sono impegnate nella Campagna Europea sui Minerali dei Conflitti. Nell’ambito della Campagna, il 9 marzo scorso è stata lanciata da una petizione europea. Si tratta di una dichiarazione, sostenuta anche da un gruppo di 130 vescovi, per chiedere l’adozione di un regolamento a livello europeo più efficace e che obblighi le imprese a rendere trasparenti i canali commerciali, e che blocchi il commercio di minerali provenienti da aree di conflitto. E soprattutto che ponga fine allo sfruttamento delle popolazioni.

**