16 Novembre 2012
Redazione
ECOSISTEMI E BIODIVERSITÀ
16 Novembre 2012
Redazione

Golfo del Messico, due anni dopo è ancora disastro

Golfo del Messico, specie mutanti, centinaia di delfini morti e un danno biologico senza fine: il petrolio continua a fuoriuscire. E a uccidere

Ricordate due anni fa, nella primavera 2010, il disastro del Golfo del Messico? E l’infinita sequela di “ce l’abbiamo fatta” poi puntualmente smentiti? I “tappi”, i filtri, l’allarme e le rassicurazioni? Al solito, dopo l’iniziale copertura mediatica a tappeto la notizia si è raffreddata e si è smesso, semplicemente, di parlarne. Nel frattempo l’esplosione della piattaforma petrolifera Horizon Deepwater di BP aveva riversato in acqua almeno 4,9 milioni di barili di petrolio più 1,9 milioni di galloni di disperdenti tossici Corexit per neutralizzarli. Uno di quei casi in cui il rimedio è quasi peggio del male
Che succede adesso? Nulla di buono purtroppo. La prima cattiva notizia è che secondo l’organizzazione no-profit Lean Louisiana Environmental Action Network l’analisi dei campioni di acqua rivelerebbe una fuoriuscita ancora in atto. Il petrolio, insomma, trapela dal serbatoio di Macondo, probabilmente da crepe e fessure sul fondo del mare intorno al pozzo. Uno stillicidio impossibile da fermare che porta quotidianamente nuovo inquinamento.
La seconda brutta notizia è la presenza di mutazioni genetiche ed evidenti anomalie nella fauna marina che si è anche fortemente ridotta. E’ di qualche mese fa ma attualissimo un lungo reportage di Al Jazeera che mostra gamberetti privi di occhi o deformi, granchi senza chele, pesci piagati da tumore ed escrescenze, una quantità anomala e impressionante di delfini morti. Danni per la pesca, che è ovviamente in grave crisi ma anche per la salute umana poiché il Golfo del Messico fornisce oltre il 40 per cento di tutti i frutti di mare pescati negli Stati Uniti continentali.
Il petrolio eliminato dalla superficie grazie ai solventi è raccolto ora sui fondali come ha raccontato su Nature Geoscience la scienziata marina Samantha Joye dell’Università della Georgia, che ha compiuto diverse immersioni sottomarine documentando enormi fasce di petrolio che coprono il fondo del mare e ne devastano la flora e la fauna.
Ci sono poi i racconti dei pescatori che ritirano reti macchiate di petrolio e si stupiscono da soli che si possa fare il bagno in quelle acque e mangiarne i pesci.
Le previsioni per il recupero sono assai fosche. Al Jazeera interpella tra gli altri un biologo oceanografico, Ed Cake, che fa raffronti con i disastri più gravi e recenti: “Sono passati più di 33 anni dal disastro petrolifero Ixtoc-1 del 1979 nella Baia del Messico di Campeche, e le ostriche, le vongole e le foreste di mangrovie sugli estuari della penisola dello Yucatan non si sono ancora riprese. Sono passati 23 anni dal disastro petrolifero della Exxon Valdez del 1989 in Alaska, e la pesca dell’aringa non si è ancora ripresa.”
Ci sono i risarcimenti danni, certo. La BP ne annuncia per 7,8 miliardi di dollari a centomila privati e imprese. Ma questo non indennizzerà l’ambiente né restituirà la salute a chi, animale e umano, l'ha persa.

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