19 Novembre 2013
Cecilia Moretti
TERRITORIO
19 Novembre 2013
Cecilia Moretti

Alluvione in Sardegna: la prevenzione non può aspettare i morti

Non bisogna attendere l’emergenza per intervenire. I dati sul dissesto idrogeologico italiano sono noti da tempo e quella di queste ore è una tragedia annunciata

 È di nuovo emergenza e allora, solo ora, fatalmente il dissesto idrogeologico torna a essere di attualità. Non abbiamo imparato dalle lezioni precedenti, non è bastata l’alluvione di Genova né quella della Maremma o i tanti, più o meno funesti, episodi di calamità legate al meteo e al territorio. Le denunce senza disgrazie, evidentemente, non fanno sufficientemente clamore. E così ci risiamo. Piove a novembre sulla Sardegna ed è catastrofe.
E non importa se i meteorologi spiegano che in 24 ore è caduta la pioggia di sei mesi e se i millilitri di acqua in una ventina di ore sono ben 440, non può bastare. Un acquazzone tardo-autunnale non può trasformarsi in tragedia. Ugualmente non è giusto che servano i 18 morti (4 bambini compresi) dell’alluvione sarda di questa notte per provocare un sussulto nell’opinione pubblica e negli organi decisionali, né è salutare che gli interventi di bonifica e manutenzione si facciano sempre incalzati dall’assillo dell’emergenza.
Eppure i dati, ripetuti come da sibille dagli enti e dalle istituzioni preposte, erano noti da tempo. Risale ormai alla primavera scorsa, per esempio, l’ultimo documento dell’ A. N. B. I., l’Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni, “Proposte per la crescita: sicurezza territoriale, alimentare e ambientale”. I numeri che l’Associazione e il suo presidente Massimo Gargano gridavano come un S. O. S. erano forti e chiari: 6.633 (oltre l’80 per cento) comuni a elevato rischio idrogeologico nella nostra Italia, 6 milioni di persone che abitano in un territorio ad alto rischio e 22 milioni in uno a rischio medio; 1.260.000 (dei quali 6.251 scuole e 531 ospedali) edifici esposti a frane e alluvioni.
Ammesso che in questo momento abbia un senso discuterne, non è difficile pensare che le 18 vittime e le 2.737 persone evacuate di queste ore e le zone di Olbia del nuorese o della provincia di Oristano colpite facciano parte di questi freddi numeri. Ma non si è agito quando ancora si era in tempo e ora è tardi. E tutto quello che si può fare adesso è sotto l’asfissia dell’emergenza, che risponde a regole proprie e quasi persino a cifre proprie, come se i soldi dell’urgenza e quelli della prevenzione non fossero nella stessa valuta.
Ora il Governo annuncia per questa “tragedia nazionale” uno “stanziamento immediato per l’emergenza di 20 milioni di euro”, eppure i denari da stanziare per la prevenzione - quelli che oltre al dovrebbero servire a risparmiare non risarcibili vite oltre ai soldi - sembrano sempre troppi da trovarsi, prima l’inevitabile diventi tale.
“Ancora una volta - commenta Wladimiro Boccali, Sindaco di Perugia e Delegato ANCI alla protezione civile - ci troviamo a dover affrontare le conseguenze catastrofiche, in termini di vite umane e danni materiali, di eventi climatici. E puntualmente arriviamo alla considerazione che fare prevenzione avrebbe potuto evitare almeno i lutti e, in gran parte, limitato i dissesti. Un territorio devastato - sottolinea Boccali - presenta il conto e sarebbe serio da parte nostra non appellarci alla imprevedibilità degli eventi, anche se in forme sempre più estreme. Da anni non investiamo nulla per mettere in sicurezza i territori che franano o gli argini di fiumi che concretamente non esistono più, solo per citare le due situazioni più ricorrenti”.
Ancora una volta, osservando a caldo la logistica della tragedia – tra zone di edilizia selvaggia e corsi d’acqua deviati e rettificati – viene da pensare che accanto al grido di dolore verso una natura matrigna dovrebbe, più costruttivamente, trovare posto un grido di denuncia verso una geografia umana che deve cambiare direzione.

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